Tutto comincia dall’orto. Tanto tempo, tanto lavoro e poi, se si è bravi e fortunati, si ottengono grandi soddisfazioni. Che sia urbano o di campagna, colto o rustico, misto di ortaggi e fiori, a forma libera o rigoroso e geometrico, un orto “è un fatto democratico”: tutti avrebbero diritto ad un orto.

La storia lo testimonia, anche perché tra l’orto ed il giardino il confine a volte è impercettibile.
L’orto giardino ha sempre portato con sé una valenza simbolica, legata a storia, leggenda e mito, in quale fantasia e realtà si confondevano: dall’ideale e impossibile giardino-orto dell’Eden, ai giardini-orti magici delle favole, a quelli produttivi creati 2000 anni prima di Cristo sulle rive del Nilo, a quelli di epoca romano-pompeiana.

Già nell’antica Roma, infatti, più di due secoli prima della nascita di Cristo, Marco Porcio Catone scrisse il primo manuale pratico di coltivazione degli ortaggi. Altri lo seguirono, magari dissertando di semine e di concimazioni in versi, come il sommo Virgilio, o fingendo di dialogare con un interlocutore interessato ai problemi delle “verzure”, come Varrone. E’ stupefacente che in tempi così remoti gli uomini, privi di qualsiasi possibilità di controllare scientificamente quanto empiricamente svolgevano nella coltivazione degli ortaggi, inventassero tecniche che ancora oggi applichiamo quasi senza alcuna modifica.

Gli antichi sapevano come riconoscere la qualità del terreno e come correggerla e conoscevano la pratica delle rotazioni: “la terra, mutando le verzure, si riposa”, si legge nelle Georgiche, trent’anni prima di Cristo. E Catone, nel 200 a.C., diceva: “qual è la prima opera per ben coltivare la terra? arare; e la seconda? arare; e la terza? concimare”.

Peccato che a quei tempi gli “ortolani” troppo spesso si lasciassero fuorviare dalle credenze più strane, ciechi a quanto di persona potevano constatare. Accanto a norme tecniche agronomiche quasi perfette sulla coltivazione del carciofo, si può, ad esempio, trovare questo consiglio: “interrare i semi di varietà con le spine, avvolti ciascuno in un pezzetto di foglia di lattuga, allo scopo di raccogliere carciofi senza spine”.

Una cosa però impararono presto e tramandarono ai posteri: l’inerzia isterilisce i campi e gli orti. Gli stessi autori latini ci danno notizie delle piante da orto coltivate quale, ad esempio, la fava, che era considerata un ingrediente fondamentale nella preparazione della “puls fabata”, la polenta degli Etruschi.

Conosciuti e coltivati erano anche piselli, lenticchie, ceci, aglio, cipolle, carote, cavoli, finocchi, lattughe e vari germogli come sedano e asparagi, provenienti da piante spontanee. Secondo gli studiosi di etnografia, il primo gradino nello sviluppo dei popoli primitivi, cacciatori e raccoglitori di prodotti spontanei come radici e germogli, è stata certamente l’orticoltura, praticata particolarmente dalle donne nelle zone caratterizzate da clima caldo-umido e su terreni liberati dalla vegetazione arborea e boschiva per mezzo del fuoco.

La descrizione delle diverse operazioni colturali e la rappresentazione del lavoro sono però rilevabili solo in epoche successive, soprattutto in quella romana attraverso raffigurazioni murali e manoscritti specifici anche di autori provenienti dalle colonie dell’impero: classico è il De re rustica dello spagnolo Columella.

Più tardi nella Spagna invasa dagli Arabi, l’erudito Al Awam scrive un libro importantissimo nel quale riassume le teorie di tutti gli studiosi antichi ed anche dei suoi contemporanei, applicandole ad una orticoltura più mediterranea con saggi consigli di carattere “pedagogico,” “climatico” ed “irriguo” degli ortaggi.

Gli ortaggi descritti sono quelli già citati: si dovrà aspettare la scoperta dell’America (1492) per poter incrementare il numero delle specie conosciute e coltivate, con l’aggiunta di pomodori, peperoni, patate, zucche, melanzane, cavolfiori, cetrioli e anche del fagiolo (quello coltivato dai romani era la “vigna unguiculata” e non l’ormai nostro “Phaseolus vulgaris”).

Gli scambi botanici dopo la scoperta delle nuove terre diedero largo incremento alla coltivazione di tante nuove specie destinate a molteplici utilizzi: si pensi che il pomodoro fu importato inizialmente come pianta ornamentale e solo molti anni dopo fu utilizzato, in Europa, per il consumo dei frutti.

L’evoluzione della scienza agronomica ha poi consentito, attraverso sempre più affinate pratiche di selezione, di ottenere nuove e migliori cultivar o varietà delle specie orticole. Forme e dimensioni particolari e adattabilità a condizioni diverse di clima e di terreno sono sempre state le linee guida della ricerca.

Nuove varietà selezionate per la coltivazione intensiva in pieno campo, suscettibili di raccolta meccanizzata, resistenti alle manipolazioni e a numerose malattie, conservabili sempre più a lungo, sono solo una parte del grande elenco di essenze ortive oggi presenti sul mercato.

Anche piante soggette a trattamenti particolari (si pensi solo alle cicorie rosse, al sedano bianco) che necessitano di manipolazioni per raggiungere le caratteristiche per cui erano conosciute, si coltivano oggi senza problemi e senza ricorrere a operazioni colturali successive alla raccolta.

Infine, nuove tecniche agronomiche, l’uso di mezzi di protezione, la conoscenza delle differenti esigenze, consentono di praticare l’orticoltura con piacere e con grandi soddisfazioni.

NB – La vigna, l’uva, il vino, le piante da frutta (usate anche per simbolismi) sono tra i temi rappresentati in sculture, dipinti, decorazioni, affreschi sia dagli egizi, che dagli etruschi, dagli assiri ai greci, ai romani….

L’ultimo cambiamento ai giardini risale al 2004 quando fu inaugurato il “Giardino dello Chef”, sul tema dell’antico “Jardin Potager”. Situato sulla salita panoramica tra il Viale dell’Ercole e il Tempietto di Telemaco, l’orto botanico è il regno del nostro Executive Chef, Luciano Parolari, che sceglie ogni giorno le erbe aromatiche e le verdure fresche per le sue deliziose ricette.

Gli ospiti dell’ hotel che partecipano alle sue lezioni di cucina hanno il privilegio di accompagnarlo. L’attenzione e la cura estrema dei giardini è per Villa d’Este una priorità: gli inserimenti architettonici che si sono susseguiti negli anni hanno aggiunto armonia alla natura circostante. Gli sforzi sia progettuali che economici sono sempre rivolti non solo al mantenimento di un patrimonio ambientale così importante, ma anche alla sua continua evoluzione privilegiando l’inserimento di specie botaniche sempre più pregiate.

Per questo gli amanti dei giardini, trovano a Villa d’Este un vero catalogo di bellezze naturali. Profumi diversi da ricordare ad ogni stagione: in primavera le rose, le camelie, il glicine, le azalee; in estate le magnolie, le ortensie, i gelsomini, gli alberi di limone.

L’orto

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